Reviews – Italiano

MARIA CRISTINA VIMERCATI
Studio Dimore, Via Solferino 11, Milano

di Nives Maria Ciardi – 2010

Per Maria Cristina Vimercati il mondo è un bosco, percorribile alzando gli occhi al cielo e sostando di tanto in tanto nella considerazione dei dettagli e di quel che accade. Il disegno e la pittura, che lo contiene, compongono la trama. Il particolare sta con il tutto come nella vita. I Monaci in cammino avanzano di traverso con il guizzo di un movimento che richiama nello spostamento di sbieco “i detti dei Padri del deserto”.
Ci vogliono secoli perché si formi un bosco. Ci vuole anche l’opera dell’uomo per contenerne la spinta diffusiva purché sappia tenere a freno la propria. Il diffondersi delle piante fa sparire la varietà di alberi e arbusti. La boscaglia favorisce incendi.
Tra i rami di un albero dipinto dal basso dal punto di vista di una radura, un direttore d’orchestra tiene le fila di un concertino senza musicanti per un pubblico attento tra le fronde. Nel titolo, la luce accecante viene dal mare. Una figura in acqua, vista da sotto, come la chiglia di una nave, si estende in Protected poco sopra una fila di animali disegnati in basso alla base della tela. Un cetaceo nella tempesta, in Allarming, sta a ridosso di una nave. Entrambi veicoli di Giona. Un profeta in fuga restituito da “un grande pesce” all’asciutto.
Ricordo un lavoro di Maria Cristina Vimercati di qualche anno fa. Un bambino invoca aiuto con la bocca aperta a megafono. I soccorsi piovono da un aereo in un cielo rosso e azzurro. I nuclei di intensità tuttora persistono nei suoi lavori senza esaurirsi tuttavia nella facilità della catastrofe.

 

MARIA CRISTINA VIMERCATI
Studio Dimore, Via Solferino 11, Milano

A POLLICI UNITI: LA CORNICE DELLE MANI
di Cristina Muccioli – 2010

I quadri di Maria Cristina Vimercati sono le immagini della vita della sua anima.
Una storia anacronistica quindi, in cui si miscelano il passato dei ricordi e il presente della loro rappresentazione, del loro ricollocamento in paesaggi che da interiori affiorano a un’inedita superficie: quella della tela.
Sono una rassegna sublimata dalla technè artistica della sua intensissima, febbrile architettura emotiva.
In essa serenità, tristezza, dolore, nostalgia, attesa, meraviglia estatica e paura, sollievo e inquietudine, gaiezza, metamorfosi e punti fermi si intramano a tal punto armonico da suggerire la qualità meno esplorata delle emozioni: la loro contiguità con la razionalità.
Dare forma, corpo e colore alle emozioni è da un lato prenderne consapevolmente le distanze, dall’altro riconoscerle, sentirle ancora, pensarle.
Attraverso una contemplazione empatica, quell’ Einfuehlung tedesca che deriva da fuehlen (sentire) e svelle la radice etimologica del pathos, del patire e del soffrire, avvertiamo quanto ciò che è rappresentato possa riguardarci.
Le emozioni infatti, nella loro estesa quanto sfuggente fenomenologia e in diverso grado di intensità, hanno a che fare con ciascuno di noi: fino in fondo.
Questo tipo di sguardo in ascolto, si avvale di due momenti: quello del lontano e quello del vicino.
E’ da lontano, da una distanza sufficiente e necessaria che percepiamo l’interezza dell’opera -anche più grande- in tutta la sua complessa sintassi compositiva, nella suo addensarsi e sfilacciarsi di colori, e soprattutto in tutta la sua propria luce che orienta lo sviluppo figurale, scandisce e fa dialogare spazialmente le campiture: territori liquidi catafratti ed esplosi, inserti grumosi che l’artista chiama “zone di disturbo”, cieli amniotici, nuvoloni zuppi di pioggia, prati e acque in cui fluttua vorticando la ricerca identitaria.
Da vicino le sorprese e gli indizi interpretativi -perché non c’è nulla da spiegare in questi quadri, ma molto da dire e da dirci-, tendono all’infinito.
L’artista, che è anche fotografa con un passato da scenografa sempre presente, ci educa alla percezione spontaneamente con un suo gesto abituale e particolare: distende le dita, fa combaciare i pollici e crea così la sua inquadratura su una parte dell’opera.
Una parte così compiuta in sé, così netta, che potrebbe essere estrapolata e avere un suo senso compiuto: ma sarebbe un altro senso, al cui interno cercheremmo altri focus.
La stessa nozione di parte infatti, non potrebbe sussistere se non in stretta relazione con il tutto cui appartiene.
Il gesto pittorico di Vimercati e il suo fotografare, sono modi differenti, arti differenti, per fermare tutto quello che fluisce ineluttabilmente, a volte in un turbinio tempestoso, e per conservarlo producendo memoria attiva.
In questo è veloce, rapidissimo nel ghermire baluginii attimali di ricordi e impressioni, ma anche molto sicuro, tipico di chi gestisce bene “il mestiere” per padronanza così sedimentata delle regole espressive dell’accademia più rigorosa, da poterle infrangere.
Ad ogni congiuntura di pollici scontorna un particolare che rimette in questione l’intera visione del quadro, impedendoci non di continuare a immergerci nella completezza, ma di postularla dogmaticamente, di assegnarle il cartellino classificatorio.
Se incornicia con le mani un minuto disegno a grafite per esempio, incrina senza rimedio l’idea che sia una colorista.
Gli squarci di bianchi –poiché non ce n’è uno soltanto, ma una vera policromia glauca- ora abbacinanti ora opacizzati, ora morbidi e impenetrabili ora riflettenti e saettanti; i fiori madidi di pigmento acceso, le chiome degli alberi fruscianti che in Tramonto in campagna chiamano verde ovunque, anche sul sole, sottraggono l’autrice dal sospetto di figurativismo.
La quidditas di queste opere risiede sempre nella luce, una luce drammatica (nel senso di dinamica) e cangiante insieme con noi di attimo in attimo, in ascolto verso quella naturale. Anche l’atmosfera e il suo pulviscolo ci si manifestano, prima da lontano, poi da vicino. Argentata, assolata e luminosa, lattiginosa e opaca, rarefatta e limpida, malcerta come si manifesta nella realtà.
Nella parte inferiore del quadro, a margine, in una piccola nicchia scavata al centro della scena, uno sguardo paziente potrà soffermarsi “a mano” sui dettagli realizzati in grafite. Sono spesso decisivi per la titolazione dell’opera, eppure sono di una delicatezza e di una fragilità che diventa monito: tutto ciò che è disegnato a matita può essere cancellato, pronto a essere risucchiato nel vortice cosmico dell’esistenza in una nuova metamorfosi: la crescita, nuove relazioni, altri io e altri tu. Al contempo sono di un’esattezza compositiva da far trasalire.. quel che è meglio definito nella sua morfologia, coincide con quello che di più transeunte o cagionevole ci denota. E’ l’ipoteca della finitezza umana cui è sottoposta ogni bellezza, ogni apparente perfezione.
Ma bisogna avvicinarsi molto per vederli, mischiando il nostro fiato con quello del quadro, e a volte accovacciarsi.
In Protected una fila processionaria di bimbi e gli animali che amano ricambiati come l’elefantino, il cavalluccio marino, si dirige in salvo verso un tunnel, o un’arca, di sicuro un rifugio. Sopra di loro folate furiose di vento, minacce temporalesche, pericoli smaglianti in dissolvenza che ognuno può ridefinire per sé, e una colatura vermiglia laterale, come la tela stessa sanguinasse. Senza chiasso, ma nemmeno mimetizzata.
Nelle Nozze di Cana due camerieri tutto zelo fanno letteralmente ingresso nella scena di lato; portano vassoi generosi di pani. In un’altra sezione si erge maestoso un breve colonnato ionico, un’arcata a tutto sesto da cui esce un urlo lacerante. In basso invece, nuovamente farcita dei colori della festa, una torta nuziale che sa di fragola. Ricchi tendaggi imperlinati di preziose passamanerie aprono dall’alto la scena, in cui fa irruzione la forza travolgente del destino: l’allegria della festa, l’importanza “ionica” dell’evento, i dolori più spaventosi che avvengono proprio dentro la dimora di famiglia, la possibilità di strappare un pezzo di tendaggio e usarlo come tappeto volante per cercare, a pollici uniti, altri luoghi del cuore, dove vivere in bianco, sposati al coraggio di vivere: Harry up! There’s a party.
Sotto i ventagli vivaci di due gonne che scherzano inebriate di toni aranciati, un bustier nero tizianesco sciancrato maliziosamente in vita, con l’epidermide candida e serica di un decolletè scontornato delicatamente dalla base cangiante, en plein lumiere, del quadro che si affretta gioioso a vestirsi a festa. Una festa che comincia prima del suo inizio, durante la preparazione, la scelta di un abito: inserto e vessillo di gioia e sano, dichiarato, piacere di sé. Quest’allegria croccante di tinte calde e accese è significativamente presente anche in Such a mass, dove campeggia una maschera di foggia veneziana madida di nero, con lapilli color minio, due ventricoli d’occhi fatti per assorbire immagini più che per lanciare sguardi.
In forma certo più allusa che dichiarata, madame la morte fa la sua comparsa. E Vimercati la fa accomodare, la costringe a un balzo prospettico in avanti lasciandole il posto da protagonista della scena. La rende visibile, le dà un volto visionario e immaginifico, con il quale però, molto diversamente che con un fantasma, un destino inesorabilmente comune, il nostro decisivo e paradossale risvolto della medaglia, è possibile vedere: con quella maschera la morte fa cadere la sua, fatta di angoscia e di ignoto, di fede o di niente assoluto. C’è ma non può dilagare, invadere tutto lo spazio vitale da cui essa stessa trae senso. Il bianco più impetuoso e forsennato la cinge d’assedio, la mette in luce, le assegna uno spazio che è una parte.
L’eternità è un brivido di luci bianche, e corolle in crinolina di peonie che sulla tela non appassiscono mai. Così come la fotografia è cromosomicamente costituita di due sottilissime parti inscindibili (la pellicola e il suo supporto) la morte simboleggiata e disvelata è incarnata imprescindibilmente nella vita, non solo. Ne è vinta.

MARIA CRISTINA VIMERCATI
LUCE CREPUSCOLARE E ONDULATORIA
Studio Dimore, Via Solferino 11, Milano

Tutto Milano / La Repubblica – Dicembre 2012
di Roberto Mutti

Inaugurazione lunedi ore17, Martedi e mercoledi, 11-20:30- Tre giorni per conoscere un’autrice che si esprime con i colori ad olio con cui realizza tele di tono astratto dai toni brillanti, che si stemperano in atmosfere candide. In realta’ Vimercati e’ una fotografa e sta ai visitatori scoprire il legame tra le due forme espressive.

AN ANECDOTE OF SPIRIT
di Andrea Jacchia – 2013
Vivaio Sorelle Riva, Milano

Maria Cristina Vimercati è pittrice, fotografa, e astrologa. In lei queste tre forme sono, insieme, arti e mestieri. Ha 53 anni, è milanese, e cosmopolita, cioè “cittadina dell’universo”. Abitando il cosmo – quando studia e scrive di astrologia – Maria Cristina ha uno sguardo privilegiato, e naturalmente personale, sul mondo. La sua pittura potrebbe essere parafrasata con una definizione di Mark Rothko: “an anecdote of spirit”. Quando fotografa – in particolare nei ritratti, veri schizzi, istantanei – potrebbe dire (sempre insieme a Rothko) “cerco di esprimere quello che sono, e quello che non sono”. E quindi, quello che i soggetti, le persone fotografate, sono e non sono.
Nello studio e nel perfezionamento dell’astrologia, Maria Cristina ha avuto due maestri, o meglio due fonti primarie: sua zia Lisa Morpurgo, e Ugo Mazzola. Quando dipinge e fotografa (da oltre trent’anni) deve tutto, e non semplicemente, a se stessa.

ONNIVORA PRESENZA
GALLERIA D’ARTE CONTEMPORANEA STATUTO 13, MILANO

by Massimiliano Bisazza – Settembre 2014

Maria Cristina Vimercati è fotografa, scenografa, regista e pittrice. Un’artista a 360° che ho avuto il piacere di conoscere sia sotto il profilo artistico che umano avendo così l’opportunità di comprendere la sua natura creativa che è senza dubbio un ricco connubio di tutte le specialità artistiche nelle quali si cimenta da molto tempo.
Le sue tele sono territori introspettivi raccontati poeticamente con colori ad olio, pigmenti, terre, stucchi, stesi anche in modo molto materico. Tutto emerge dal profondo della sua emozionalità e del suo percepire il mondo circostante sia nel reale che nell’onirico/sensoriale. Proprio come si trattasse in un’ ”onnivora presenza” che si ciba di tutto: di anima, amore, emozioni, ragione e respiro ma dove l’intento ultimo resta sempre quello di condividere una sana e gioiosa speranza. Anche di fronte al buio temporalesco più intenso del cielo o dell’anima.